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La Stazione Zoologica Anton Dohrn tra i protagonisti del progetto internazionale “100 Diatom Genomes”, che coinvolge oltre 100 scienziati di 11 Paesi e punta a svelare i segreti genetici di 100 specie di diatomee
Sono stati pubblicati su PLOS Biology i primi risultati di “100 Diatom Genomes”, il più grande progetto internazionale di sequenziamento dei genomi delle diatomee mai realizzato, al quale partecipa anche la Stazione Zoologica Anton Dohrn con otto ricercatori.
Il progetto, guidato da Thomas Mock dell’Università dell’East Anglia, coinvolge oltre 100 scienziati provenienti da 11 Paesi e circa 30 istituti di ricerca internazionali. L’obiettivo è sequenziare i genomi di 100 specie di diatomee, microalghe fondamentali per gli ecosistemi acquatici e per il ciclo globale del carbonio, per comprenderne più a fondo l’evoluzione, le capacità di adattamento e il ruolo nella cattura della CO₂ e nelle reti trofiche acquatiche.
I primi risultati mostrano che le diverse linee evolutive delle diatomee presentano genomi molto diversi per dimensioni e organizzazione, caratteristiche strettamente legate alla complessità del loro metabolismo e delle loro strutture cellulari.
Il progetto contribuirà a scoprire nuovi processi biologici, a chiarire le modalità di adattamento che permettono la sopravvivenza delle diatomee in diversi ambienti e ad identificare relazioni finora sconosciute con altri organismi che vivono al loro interno o sulla loro superficie. Permetterà inoltre di selezionare geni e tratti biologici utili per le biotecnologie, necessari per lo sviluppo di nuovi prodotti, il miglioramento dei processi industriali o la creazione di soluzioni innovative attraverso l'ingegneria genetica e la biologia sintetica.
L’ampio gruppo di scienziati mette in campo le proprie conoscenze e competenze, fornisce colture di diatomee, ne sequenzia i genomi e collabora per svelare le informazioni contenute in essi.
Mariella Ferrante spiega: "Negli scorsi anni, siamo stati pionieri della genomica delle diatomee, sequenziando due specie del Golfo di Napoli, quando era ancora tecnicamente difficile. Ora sfruttiamo le nuove tecnologie per studiare la genetica di una gamma molto più ampia di specie e creare una vasta raccolta di informazioni genetiche e dati biologici sulle diatomee, che sono tra gli organismi fotosintetici microscopici più importanti al mondo".
Wiebe Kooistra aggiunge che “i genomi di queste diatomee, selezionati nell'ambito della loro ampia diversità, permettono di tracciare la loro storia evolutiva con estrema precisione. Ciò consentirà di scoprire quando e come le innovazioni morfologiche e fisiologiche hanno permesso alle diatomee di diventare uno dei gruppi microbici oggi di maggior successo sulla Terra. Oggi, le diatomee sono abbondanti nel fitoplancton degli oceani di tutto il mondo, nelle acque dolci e persino nei terreni umidi. Di fatto, le diatomee costituiscono un importante gruppo di organismi che sequestra CO₂, contribuendo a ridurre la quantità di CO₂ che l'umanità rilascia nell'atmosfera”.
Giovanna Romano sottolinea che “le diatomee sono una ricca fonte di prodotti preziosi come acidi grassi omega-3, vari pigmenti e metaboliti secondari, terra di diatomee (silice) e bio-olio per la produzione di biocarburanti. I loro genomi sequenziati rivelano i meccanismi alla base di queste caratteristiche, aprendo la strada a una biotecnologia basata sulle diatomee più produttiva, efficiente e sostenibile”.
Per Valeria Di Dato: "Il sequenziamento del genoma particolarmente grande di Thalassiosira gravida (precedentemente nota come T. rotula) nell'ambito del Progetto 100 Diatom Genomes ci permette di scoprire le vie di produzione di diversi metaboliti secondari, migliorando ulteriormente la nostra comprensione del signalling chimico tra cellule di diatomee".
Finanziato dal Joint Genome Institute (JGI) del Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti, il progetto riflette l'interesse del JGI per la ricerca sulle alghe ai fini della produzione di bioenergia e per il ruolo delle alghe nel ciclo dei nutrienti.
I primi risultati del Progetto “100 Diatom Genomes” sono pubblicati sulla rivista PLOS Biology.
Leggi l'articolo scientifico su PLOS Biology


Un contributo sviluppato da un ricercatore dell’Ente è stato integrato in “nuclei”, uno degli strumenti open source più utilizzati per la sicurezza informatica
Un contributo tecnico sviluppato da Francesco Paolo Patti, Primo Tecnologo di ricerca della Stazione Zoologica Anton Dohrn, è stato integrato in nuclei-templates, la libreria alla base di “nuclei”, uno degli strumenti open source più utilizzati a livello internazionale per l’analisi della sicurezza informatica.
Il contributo, sviluppato sulle piattaforme di ricerca con l’identificativo CyberTechSea, è stato approvato dal team che mantiene il progetto dopo aver superato i controlli automatici di qualità.
Il nuovo strumento permette di individuare automaticamente i siti web che utilizzano versioni non più supportate di Drupal, il sistema utilizzato per creare e gestire siti internet. In particolare, consente di identificare le versioni 7, 8 e 9 di Drupal, ormai arrivate a fine vita (End-of-Life) e quindi non più coperte da aggiornamenti di sicurezza.
Il problema riguarda siti che possono continuare a funzionare normalmente, ma che, utilizzando software non più aggiornato, possono essere esposti a vulnerabilità. Il nuovo template consente quindi di individuare più rapidamente queste situazioni e rappresenta un ulteriore strumento per rafforzare la sicurezza dei servizi digitali.
Drupal è utilizzato soprattutto da organizzazioni che gestiscono siti per i quali affidabilità e sicurezza sono particolarmente importanti, tra cui pubbliche amministrazioni, università e grandi organizzazioni. Secondo i dati della comunità Drupal, il sistema è utilizzato da circa il 70% delle prime cento università al mondo.
Il contributo della Stazione Zoologica nasce nell’ambito delle attività di rafforzamento della sicurezza informatica dell’Ente e di adeguamento alla direttiva europea NIS2. Un’attività che dimostra come le competenze sviluppate all’interno di un ente pubblico possano tradursi anche in strumenti messi a disposizione della comunità internazionale attraverso il modello open source.
«Contribuire a uno strumento aperto usato ogni giorno da migliaia di professionisti della sicurezza è un modo per restituire alla comunità parte di ciò che, come ricercatori, ne riceviamo. Le competenze che sviluppiamo per proteggere le infrastrutture dell’Ente diventano così un beneficio comune, verificabile e riutilizzabile da chiunque», dichiara Francesco Paolo Patti, Primo Tecnologo di ricerca della Stazione Zoologica Anton Dohrn.
Il contributo è disponibile pubblicamente nella pull request #16659 del progetto projectdiscovery/nuclei-templates su GitHub, dove figura a firma di Francesco Paolo Patti con l’identificativo CyberTechSea.
L’attività si inserisce in un più ampio lavoro della Stazione Zoologica Anton Dohrn per la sicurezza dei servizi digitali esposti e la conformità alle normative in materia di cybersecurity.


Decreto Indizione Elezioni dei membri del Consiglio dei Dipartimenti
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Pubblicato il 06.08.2026
Una nuova scoperta amplia le conoscenze sul sistema idrotermale sottomarino dell'arcipelago eoliano e apre nuove prospettive per la ricerca, il monitoraggio vulcanico e lo studio degli ecosistemi profondi
Un grande cratere sottomarino, con dimensioni di circa 100 × 60 metri, e nuovi camini di origine idrotermale sono stati scoperti sul fondale marino a circa un miglio dall'isola di Panarea, a una profondità compresa tra 60 e 80 metri. La scoperta è il risultato di uno studio coordinato dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) in collaborazione con la Stazione Zoologica Anton Dohrn (SZN), in particolare il Sicily Marine Centre e il Calabria Marine Centre - (CRIMAC).
“La scoperta di questa nuova area caratterizzata da un'intensa attività a nord-est dell'isola di Panarea suggerisce la necessità di riconsiderare l'estensione del sistema idrotermale sottomarino finora conosciuto. Questo risultato pone nuove sfide nello studio della dinamica e dell'energia del sistema e, più in generale, dello stato di attività del complesso vulcanico di Panarea e del suo impatto sull'ecosistema circostante, aprendo nuove prospettive per le attività di ricerca e monitoraggio vulcanico utili all'aggiornamento degli scenari di pericolosità”, affermano i ricercatori Antonino Torre, Agostino Semprebello, insieme ad Alessandro Gattuso, coordinatore della ricerca e responsabile della sede operativa di Milazzo dell'INGV.
Lo studio ha preso avvio dall'analisi dei dati acquisiti nell'ambito del progetto IDMAR (Infrastruttura Multidisciplinare Distribuita sul MARe) finanziato dal PO FESR 2014-2020, riguardanti le caratteristiche del fondale marino situato a circa 1,5 km a nord-est di Panarea. I rilievi Multibeam, acquisiti dal gruppo di ricerca in aree idrotermali sottomarine dell’INGV di Palermo coordinato da Manfredi Longo, hanno consentito di individuare, mediante sistemi informativi geografici (GIS), morfologie complesse a diverse profondità. Le successive analisi di dettaglio hanno permesso di interpretare queste strutture come potenziali vie di risalita di fluidi idrotermali dal fondale, mai documentate in precedenza.
Per verificare la presenza delle strutture individuate e valutarne lo stato di attività,nel luglio del 2026 è stata condotta un'indagine diretta mediante un ROV (Remotely Operated Underwater Vehicle), un robot subacqueo filoguidato dalla superficie. Il ROV, messo a disposizione dall’Università di Padova e pilotato da Marco Munari (SZN), ha restituito immagini e filmati che hanno confermato un'intensa attività di degassamento all'interno del grande cratere, con emissioni diffuse sia lungo le pareti sia nel settore più profondo.
Nell'area dei camini sono state inoltre documentate attività idrotermali recenti e un elevato tasso di emissione di gas dal fondale marino. Le strutture individuate presentano caratteristiche morfologiche simili a quelle dei camini idrotermali dell'area denominata Smoking Land, scoperta nel 2015 poco a sud dell'isolotto di Basiluzzo. Sebbene l'indagine fosse finalizzata principalmente alla caratterizzazione delle emissioni idrotermali e non prevedesse un censimento sistematico della componente biologica, le immagini acquisite dal ROV hanno fornito anche le prime osservazioni sugli habitat presenti.
Nell'area dei camini, caratterizzata da una minore attività idrotermale, il fondale ospita una ricca comunità bentonica (organismi presenti nell’area del fondale) dominata da macroalghe verdi della famiglia Udoteaceae e da numerose colonie della gorgonia Eunicella singularis, in accordo con quanto già osservato nella vicina Smoking Land. All'interno del grande cratere, invece, dove il degassamento è molto più intenso, il fondale è prevalentemente ricoperto da estesi tappeti batterici associati alle emissioni idrotermali, mentre macroalghe e organismi sessili (cioè organismi ancorati al fondale) risultano quasi del tutto assenti.
Queste prime evidenze suggeriscono che il gradiente di attività idrotermale possa influenzare significativamente la distribuzione delle comunità biologiche e indicano l'interesse di future campagne dedicate allo studio ecologico di questi ambienti. Dal punto di vista geologico-strutturale, la nuova area si colloca lungo la direttrice tettonica orientata nord-est/sud-ovest, già nota nella letteratura scientifica, che collega l'isola di Panarea all'isolotto di Basiluzzo. Le scarpate morfologiche individuate e confermate durante l'indagine sottomarina indicano che questa struttura tettonica costituisce una via preferenziale per la circolazione idrotermale e la risalita di gas e fluidi di origine profonda.
Antonio Paonita, Direttore della Sezione di Palermo dell'INGV (INGV - PA), sottolinea: “Le evidenze ottenute sono il frutto di una lunga tradizione di ricerca che vede la Sezione di Palermo impegnata da più di vent’anni negli studi dei sistemi vulcanici ed idrotermali sottomarini, con particolare riferimento alle Isole Eolie, dove ha sviluppato scienza e tecnologie innovative per il monitoraggio e la modellazione dei processi profondi”.
Teresa Romeo, Direttrice della Stazione Zoologica Anton Dohrn Sicilia-Calabria, conclude: “La scoperta di quest'area apre nuovi scenari che potranno darci informazioni sulla biodiversità di questi complessi ecosistemi che, a fronte della loro estensione, rappresentano laboratori naturali per studiare i cambiamenti climatici e gli adattamenti degli organismi. La sinergia tra le competenze vulcanologiche e quelle biologiche ed ecologiche consente una completa interpretazione della complessità energetica del sistema che, a partire da questa scoperta, potrà essere approfondita attraverso campagne di ricerca e monitoraggio per una maggiore valutazione dei rischi, ma anche per simulazioni specifiche di condizioni estreme”.
Fig,1 Mappa d'inquadramento

Figura 2 – Emissioni dal crater

Figura 2b – Emissioni idrotermali dal fondo del cratere

Figura 2c – Emissioni: fondo e pareti del cratere

Figura 3 – Camini idrotermali ed emissioni

Figura 3a- Particolare del camino idrotermale
Un importante riconoscimento per la comunità scientifica della Stazione Zoologica Anton Dohrn: il ricercatore Marco Munari, del Dipartimento di Ecologia Marina Integrata della Stazione Zoologica Anton Dohrn (Calabria Marine Centre), è stato nominato rappresentante italiano all'interno dello Steering Committee del GOA-ON Mediterranean Hub (GOA-ON Med-Hub), il nodo regionale del Global Ocean Acidification Observing Network (GOA-ON), la rete internazionale promossa dalla IOC-UNESCO che coordina il monitoraggio, la ricerca e la condivisione delle conoscenze sull'acidificazione degli oceani a livello globale.
Il GOA-ON Med-Hub rappresenta il punto di riferimento per il Mar Mediterraneo, favorendo la collaborazione tra istituzioni di ricerca, enti di monitoraggio e stakeholder attraverso lo sviluppo di strategie condivise, lo scambio di competenze e la promozione di iniziative scientifiche congiunte.
In questo prestigioso incarico, Marco Munari contribuirà alle attività di coordinamento internazionale del Med-Hub, rappresentando la comunità scientifica italiana e promuovendo la partecipazione delle istituzioni nazionali alle iniziative della rete, con l'obiettivo di rafforzare la ricerca sugli effetti dell'acidificazione degli oceani, una delle principali conseguenze del cambiamento climatico sugli ecosistemi marini.
"Accolgo questa nomina con grande piacere e senso di responsabilità - afferma il ricercatore Munari - Sarà un'opportunità per contribuire a rafforzare la collaborazione tra i gruppi di ricerca che si occupano di ocean acidification nel Mediterraneo e per valorizzare il ruolo dei laboratori naturali presenti nel nostro mare, come i sistemi vulcanici di Ischia e delle Isole Eolie, che rappresentano risorse di straordinario valore per la ricerca internazionale sui cambiamenti globali".
Questa nomina rappresenta un importante riconoscimento per il ricercatore e per la Stazione Zoologica Anton Dohrn, confermandone il ruolo di riferimento nelle reti scientifiche internazionali dedicate allo studio del Mar Mediterraneo, dei cambiamenti globali e della tutela della biodiversità marina.


Pubblicato su Science Advances uno studio che dimostra, per la prima volta in un organismo unicellulare, un meccanismo epigenetico di regolazione genica simile all'imprinting genomico, svelando le origini evolutive della determinazione del sesso.
Un meccanismo epigenetico simile all'imprinting genomico, finora ritenuto una caratteristica esclusiva degli organismi multicellulari più complessi, è stato scoperto per la prima volta in un'alga unicellulare marina. Lo studio, realizzato dai ricercatori della Stazione Zoologica Anton Dohrn in collaborazione con l'European Molecular Biology Laboratory (EMBL) di Heidelberg (Germania), e con il supporto dell’Università di Trieste, della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati- SISSA, dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale- OGS, è stato pubblicato su Science Advances, tra le più autorevoli riviste scientifiche internazionali. Una scoperta destinata ad ampliare le conoscenze sull'evoluzione della riproduzione sessuata negli organismi viventi e che identifica per la prima volta in un organismo unicellulare un meccanismo epigenetico simile all'imprinting genomico, finora ritenuto una caratteristica esclusiva di animali e piante.
La ricerca dimostra che la metilazione del DNA – una modificazione chimica del materiale genetico che regola l'attivazione o il silenziamento dei geni senza alterarne la sequenza – è determinante nel controllo dell'identità sessuale della diatomea marina Pseudo-nitzschia multistriata. Si tratta di una microalga appartenente a un gruppo di organismi che produce circa il 20% dell'ossigeno presente nell'atmosfera terrestre, contribuendo in maniera fondamentale al funzionamento degli ecosistemi marini e ai grandi cicli biogeochimici del pianeta.
Attraverso analisi genomiche ed epigenetiche, il gruppo di ricerca ha individuato specifici profili di metilazione del DNA associati alla determinazione del sesso. Il comportamento osservato ricorda quello dell'imprinting genomico, un sofisticato meccanismo di regolazione epigenetica nel quale viene espressa soltanto una delle due copie di un gene, mentre l'altra rimane silenziata.
Fino a oggi questo tipo di regolazione era stato osservato esclusivamente negli organismi multicellulari più complessi, dove svolge un ruolo cruciale nello sviluppo embrionale, nella crescita e nella riproduzione. La scoperta rappresenta quindi la prima evidenza di un meccanismo assimilabile all'imprinting genomico in un eucariote unicellulare, suggerendo che le basi epigenetiche della determinazione del sesso possano essersi evolute molto prima della comparsa degli organismi multicellulari.
Il lavoro apre così una nuova prospettiva sulla storia evolutiva dei sistemi che regolano la riproduzione sessuata, indicando che meccanismi molecolari considerati "moderni" potrebbero avere un'origine molto più antica di quanto ipotizzato finora.
«I nostri risultati rivelano un livello di regolazione completamente nuovo nel controllo dell'identità sessuale nelle diatomee», afferma Mariella Ferrante, che ha coordinato lo studio. «Aver individuato un meccanismo simile all'imprinting genomico in un organismo unicellulare modifica il quadro delle nostre conoscenze sull'evoluzione della regolazione epigenetica e conferma che questi processi hanno origini antiche.»
Oltre al valore evolutivo della scoperta, la ricerca ha importanti ricadute anche sul piano ecologico. Le diatomee rappresentano infatti uno dei gruppi più abbondanti di microalghe marine e costituiscono la base di numerose reti trofiche oceaniche. La loro attività fotosintetica contribuisce in modo determinante alla produzione di ossigeno e all'assorbimento di anidride carbonica dall'atmosfera, influenzando gli equilibri climatici globali.
«Le diatomee sono organismi fondamentali per il funzionamento degli ecosistemi marini e per la salute del pianeta», spiega Antonella Ruggiero, prima autrice della pubblicazione. «Comprendere i meccanismi che regolano la loro riproduzione significa capire meglio come si formano, si mantengono e si evolvono le popolazioni naturali negli oceani. Queste conoscenze sono particolarmente importanti in un contesto di cambiamenti climatici, che stanno modificando profondamente gli ecosistemi marini.»

A Giugno 2026 la Dott.ssa Priscilla Licandro della Stazione Zoologica Anton Dohrn è entrata a far parte del comitato Biology and Ecosystem (BioEco) del Sistema Globale di Osservazione degli Oceani (GOOS). Il monitoraggio continuo delle Variabili Oceaniche Essenziali (EOV) per la biologia e gli ecosistemi è fondamentale per garantire una governance efficace degli oceani ed uno sviluppo sostenibile. In qualità di nuova co-responsabile dell’ EOV-zooplancton, la Dott.ssa Licandro aiuterà GOOS a connettere diverse comunità di osservatori marini, al fine di costruire un sistema di osservazione integrato, reattivo e sostenibile.
In June 2026 Dr Priscilla Licandro from the Stazione Zoologica Anton Dohrn has joined the Biology and Ecosystem (BioEco) Panel of the Global Ocean Observing System (GOOS). Sustained monitoring of Essential Ocean Variables (EOV) for biology and ecosystems is fundamental to ensure an effective ocean governance and a sustainable development. As new zooplankton EOV co-leader, Dr Licandro will help GOOS to connect different ocean observing communities in order to establish an integrated, responsive and sustained observing system.
SCOPERTO IL MECCANISMO EVOLUTIVO CHE PERMETTE ALLA POSIDONIA DI SFRUTTARE LA LUCE DEI FONDALI MARINI
Pubblicato su Nature Communications uno studio dell’Università di Verona e della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, con il CNR e il Politecnico di Milano. Identificato un nuovo adattamento evolutivo che rende più efficiente la fotosintesi delle piante marine. La scoperta apre nuove prospettive per migliorare la produttività delle colture agrarie.
Come riesce Posidonia oceanica a crescere rigogliosa fino a 50 metri di profondità, dove la luce è estremamente scarsa e composta quasi esclusivamente da radiazioni blu? La risposta arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications, a cura della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e dell'Università di Verona, con il contributo del CNR e del Politecnico di Milano, che ha identificato uno specifico adattamento evolutivo grazie al quale questa pianta marina ha ottimizzato il proprio apparato fotosintetico per sfruttare al massimo la limitata luce disponibile sui fondali.
La ricerca, intitolata Structural and Spectral Adaptation of the Seagrass Posidonia oceanica Photosystem I to Seabed Light, dimostra che P. oceanica ha modificato nel corso dell'evoluzione la struttura del proprio fotosistema I, sviluppando un sistema di cattura della luce più esteso rispetto a quello delle piante terrestri e, allo stesso tempo, accelerando il trasferimento dell'energia luminosa verso il centro di reazione della fotosintesi. Una strategia che le consente di mantenere un'elevata efficienza fotosintetica anche in ambienti marini con ridotta disponibilità di luce.
Tra 70 e 100 milioni di anni fa, un gruppo di piante terrestri, tra cui Posidonia oceanica, ha colonizzato l'ambiente marino. Dopo essersi evolute dalle alghe marine ed aver conquistato la terraferma, le piante superiori sono tornate a vivere sul fondo del mare, dando origine a vaste praterie sommerse, alcune più che millenarie, che oggi rappresentano uno degli ecosistemi più importanti del pianeta per biodiversità, produttività biologica e capacità di sequestro del carbonio.
L'ambiente in cui vive P. oceanica è però estremamente difficile per una pianta terrestre. Con l'aumentare della profondità, l'acqua assorbe quasi completamente i fotoni rossi e infrarossi, lasciando filtrare prevalentemente luce blu, meno efficiente nel sostenere l’attività fotosintetica. Nonostante queste condizioni, la pianta mantiene una produttività sorprendentemente elevata, un fenomeno la cui base evolutiva era rimasta finora poco conosciuta.
Per ricostruire questo meccanismo, il progetto ha riunito competenze di ecologia marina, fisiologia vegetale, biologia molecolare e strutturale e fisica quantistica. Il campionamento delle piante a diverse profondità nei dintorni dell'isola di Ischia, nel Golfo di Napoli, e gli studi ecologici ed evolutivi sono stati condotti presso la Stazione Zoologica Anton Dohrn (Gabriele Procaccini e Irene Olivé). Grazie alla crio-microscopia elettronica dell'EYE LAB del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Gennaro Sanità ed Emanuela Esposito) – ISTITUTO ISASI - e alle analisi strutturali dell'Università di Verona (Antonello Amelii, Zeno Guardini, Stefano Capaldi, Luca Dall'Osto e Roberto Bassi), i ricercatori sono riusciti per la prima volta a ricostruire la struttura tridimensionale del fotosistema I di Posidonia oceanica con risoluzione atomica.
Le analisi hanno rivelato che P. oceanica possiede un sistema antenna, costituito da complessi pigmento-proteina incaricati di catturare la radiazione luminosa, molto più esteso e complesso rispetto a quello delle piante terrestri. Questa caratteristica aumenta la capacità di intercettare i pochi fotoni disponibili sui fondali marini.
Un'antenna più estesa comporta però anche un limite: l'energia luminosa deve percorrere una distanza maggiore per raggiungere il centro di reazione del fotosistema, il motore della fotosintesi, con un conseguente aumento del rischio di dispersione e una possibile riduzione dell'efficienza del processo.
Per comprendere come P. oceanica riesca a superare questo limite, i ricercatori del Politecnico di Milano (Mattia Russo, Margherita Maiuri e Giulio Cerullo) hanno utilizzato una tecnica avanzata, la Spettroscopia Bidimensionale Elettronica (2DES), che consente di seguire il trasferimento dell'energia all'interno del fotosistema su una scala temporale dell'ordine dei femtosecondi, pari a un milionesimo di miliardesimo di secondo.
Il risultato più significativo dello studio è l'identificazione di un raffinato adattamento molecolare. Nel corso dell'evoluzione Posidonia ha rinunciato ad alcune conformazioni della clorofilla, che producono un fenomeno ottico noto come "forme spettrali rosse", che nelle piante terrestri favorisce la vita negli ambienti di sottobosco. Al loro posto ha selezionato configurazioni molecolari che accelerano il trasferimento dell'energia verso il centro di reazione della fotosintesi. In questo modo compensa le maggiori dimensioni del sistema antenna e riesce a sfruttare con elevata efficienza la limitata luce disponibile sui fondali marini.
Le ricadute della ricerca vanno ben oltre lo studio degli ecosistemi marini. Comprendere i meccanismi che permettono a P. oceanica di utilizzare la luce con un'efficienza così elevata apre infatti nuove prospettive per la biologia sintetica delle piante coltivate, una tecnologia recentemente approvata dal Parlamento europeo. Colture progettate per imitare il funzionamento fotosintetico di Posidonia potrebbero sfruttare meglio la luce disponibile, aumentando le rese agricole senza incrementare il consumo di suolo. Una prospettiva di particolare interesse in un contesto caratterizzato dalla crescente domanda alimentare e dagli effetti dei cambiamenti climatici.
Lo studio è stato sostenuto da finanziamenti europei, tra cui il progetto Advanced Grant "GrinSun", dell' European Research Council (ERC), di cui sono titolari Roberto Bassi e Luca Dall'Osto e quello da EMBRC-IT "Photo-SEA", assegnato ad Antonello Amelii e dedicato allo studio degli adattamenti fotosintetici delle piante marine.
Scarica: https://www.doi.org/10.1038/s41467-026-75200-8



Con dolore apprendiamo della scomparsa del Prof. Teodoro Valente Presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana.
In questo momento triste desideriamo esprimere, a nome di tutta la comunità della Stazione Zoologica Anton Dohrn, le più sentite condoglianze ai familiari, ai colleghi e a quanti hanno avuto il privilegio di condividere con lui il percorso umano e professionale.
La sua competenza, la sua dedizione al servizio delle istituzioni e il suo impegno per lo sviluppo della ricerca e dell'innovazione nel settore spaziale hanno lasciato un segno importante nel panorama scientifico nazionale e internazionale.
Ci uniamo al cordoglio della comunità scientifica italiana, esprimendo la nostra vicinanza a tutti coloro che oggi ne piangono la perdita.

La Stazione Zoologica Anton Dohrn protagonista del progetto SharkAGE: studi su cervello, cuore e genoma del vertebrato più longevo al mondo per comprendere i meccanismi biologici dell’invecchiamento e le possibili ricadute sulla salute umana
Si è conclusa con successo la missione scientifica internazionale svolta dal 7 al 16 giugno 2026 nello Skagerrak, lo stretto del Mare del Nord che bagna le coste di Danimarca, Norvegia e Svezia, dedicata allo studio dello squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus), considerato il vertebrato più longevo oggi conosciuto, con una aspettativa di vita che può superare i 400 anni.
La campagna di ricerca ha coinvolto 23 scienziati provenienti da Danimarca, Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Francia e Germania, a bordo della nave oceanografica Dana IV, la più grande unità di ricerca messa a disposizione dal Governo danese e gestita dalla Denmark Technical University (DTU).
L’attività rientra nel progetto internazionale “Old and Cold”, finanziato dal Governo danese e avviato dal professor John Fleng Steffensen, pioniere degli studi sulla biologia e l’ecologia dello squalo della Groenlandia. Oggi il progetto è coordinato da Kirstine Fleng Steffensen, che ha guidato l’organizzazione della missione.
L’obiettivo principale della spedizione è approfondire la conoscenza della biologia, dell’ecologia e del comportamento di questa straordinaria specie, con particolare attenzione agli effetti del cambiamento climatico sulla fisiologia cardiaca e sul metabolismo. Parallelamente, sono stati raccolti campioni biologici destinati a studi genetici, citogenetici e neurobiologici, finalizzati alla caratterizzazione del genoma, alla determinazione del numero di cromosomi, all’analisi dei telomeri e allo sviluppo di linee cellulari sperimentali.
All’interno di questa iniziativa si inserisce il progetto italiano PRIN2022 “SharkAGE”, coordinato dal professor Alessandro Cellerino della Scuola Normale Superiore, in collaborazione con Eva Terzibasi Tozzini (SZN, BEOM), Paolo Domenici (Dirigente di Ricerca dell’IBF-CNR di Pisa e associato BEOM) e Sara Ferrando (UniGE). Per la Stazione Zoologica Anton Dohrn hanno preso parte alla campagna Emanuele Astoricchio, ricercatore post-doc del progetto SharkAGE e il ricercatore associato Paolo Domenici. Il programma di ricerca mira a identificare i meccanismi molecolari che consentono allo squalo della Groenlandia di raggiungere una longevità eccezionale e di mantenere funzionali organi vitali come cervello e cuore per secoli.
In particolare, il gruppo della Stazione Zoologica Anton Dohrn sta studiando i processi di neurogenesi adulta, ovvero la capacità del cervello di generare nuovi neuroni nel corso della vita, e i fenomeni neuroinfiammatori associati all’età, attraverso l’analisi di specifici marcatori cellulari. L’obiettivo è comprendere come il sistema nervoso di questi animali riesca a preservare la propria funzionalità nonostante l’avanzare dell’età.
I dati raccolti saranno inoltre confrontati con quelli del lemargo mediterraneo (Somniosus rostratus), specie affine ma caratterizzata da una vita molto più breve, inferiore ai 60 anni. Questo approccio comparativo consentirà di identificare i fattori genetici e biologici che potrebbero aver favorito l’evoluzione della straordinaria longevità dello squalo della Groenlandia.
La ricerca si inserisce in un quadro scientifico già particolarmente avanzato. Negli ultimi anni, infatti, il consorzio internazionale ha contribuito alla pubblicazione del primo genoma della specie e a studi innovativi sulla fisiologia cardiaca, aprendo nuove prospettive per la comprensione dei processi di invecchiamento.
I risultati attesi rappresentano un importante passo avanti nel campo della biologia dell’invecchiamento. Le prime evidenze suggeriscono infatti che lo squalo della Groenlandia possieda eccezionali meccanismi di resilienza biologica, capaci di preservare l’efficienza di organi fondamentali come cervello e cuore nonostante l’accumulo di danni cellulari tipicamente associati all’età.
L’integrazione delle analisi neurobiologiche con studi genomici, trascrittomici e proteomici consentirà di individuare i principali pathway molecolari coinvolti nei processi di longevità e mantenimento funzionale dei tessuti. Comprendere tali meccanismi potrebbe fornire nuove conoscenze utili non solo per la conservazione delle specie marine, ma anche per la ricerca biomedica, contribuendo allo sviluppo di strategie innovative per promuovere un invecchiamento sano nell’uomo.













