Lo squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus), il vertebrato più longevo conosciuto, può vivere per centinaia di anni. Uno studio guidato dalla Scuola Normale Superiore di Pisa (SNS), in collaborazione con CNR di Pisa, Stazione Zoologica Anton Dohr di Napoli (SZN) e Università di Genova ha mostrato che questi animali convivono con gravi patologie cardiache — come fibrosi, danni mitocondriali e stress ossidativo — senza che ciò ne comprometta la sopravvivenza nelle profondità oceaniche.
A spiegarlo è il professor Alessandro Cellerino (SNS): “La chiave è il fenomeno della ‘resilienza’, che in fisiologia indica la capacità di un organismo di mantenere le sue funzioni anche in presenza di una patologia. Qui abbiamo il caso di un vertebrato il cui cuore può convivere con lesioni cardiache letali per la specie umana. Se riuscissimo a comprendere i meccanismi molecolari che consentono questa grande capacità di adattarsi, avremo la possibilità di identificare meccanismi sinora inesplorati che -se attivati- potrebbero favorire un invecchiamento in salute e una maggiore longevità anche nell’uomo”.
“L’analisi istologica ha rivelato che le lesioni presenti nei cuori degli squali della Groenlandia non sono conseguenze della vita in profondità, in quanto assenti nello squalo lanterna, e sono presenti solo in parte e non sono così estreme nel killifish anziano. In particolare, sono state osservate estese fibrosi interstiziali e perivascolari in tutto il miocardio ventricolare, un estremo accumulo di lipofuscina (nota come il “pigmento dell’invecchiamento”) nei cardiomiociti, un’abbondante deposizione del marcatore di stress ossidativo 3-nitrotirosina ed un esteso danno ai mitocondri, spiega Cellerino -. Nonostante la presenza di questi molteplici marcatori tipici dell’invecchiamento, questi esemplari apparivano sani e fisiologicamente integri al momento della cattura. Il segreto per loro sembra quindi essere la capacità non di evitare, ma di adattarsi a queste lesioni cardiache”.
“Quando ho messo il primo vetrino sotto al microscopio non ho creduto ai miei occhi, e intendo letteralmente! Ho subito pensato a un errore tecnico o a un problema di quello specifico campione, non era possibile tutta quella fibrosi in un animale vivente. I dati e gli esperimenti dei mesi successivi hanno però confermato quello che sembrava impossibile, stavamo guardando tessuti cardiaci di animali sani, e addirittura centenari” commenta la Dott.ssa Elena Chiavacci (SNS).
La ricerca, condotta nel 2025 con istituti italiani e internazionali, ha analizzato i tessuti cardiaci di dieci esemplari, confrontandoli con specie a vita più breve. Ha contribuito anche la dott.ssa Eva Terzibasi Tozzini, neurobiologa della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli: “Questi risultati indicano che la longevità dello squalo della Groenlandia deriva dalla capacità di tollerare e compensare il danno tissutale e dimostra una volta ancora come lo studio dell’evoluzione, i processi adattativi e la biologia degli organismi marini abbia implicazioni anche per la salute umana.”
Il prossimo passo sarà identificare i meccanismi molecolari alla base di questa resilienza, con possibili ricadute sullo studio dell’invecchiamento in salute.
Un contributo fondamentale allo studio è stato offerto dal professor John Fleng Steffensen dell’Università di Copenaghen, tra i primi a descrivere la straordinaria longevità della specie, recentemente scomparso. “questo studio è dedicato alla sua memoria” conclude Cellerino.










