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Una nuova scoperta amplia le conoscenze sul sistema idrotermale sottomarino dell'arcipelago eoliano e apre nuove prospettive per la ricerca, il monitoraggio vulcanico e lo studio degli ecosistemi profondi
Un grande cratere sottomarino, con dimensioni di circa 100 × 60 metri, e nuovi camini di origine idrotermale sono stati scoperti sul fondale marino a circa un miglio dall'isola di Panarea, a una profondità compresa tra 60 e 80 metri. La scoperta è il risultato di uno studio coordinato dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) in collaborazione con la Stazione Zoologica Anton Dohrn (SZN), in particolare il Sicily Marine Centre e il Calabria Marine Centre - (CRIMAC).
“La scoperta di questa nuova area caratterizzata da un'intensa attività a nord-est dell'isola di Panarea suggerisce la necessità di riconsiderare l'estensione del sistema idrotermale sottomarino finora conosciuto. Questo risultato pone nuove sfide nello studio della dinamica e dell'energia del sistema e, più in generale, dello stato di attività del complesso vulcanico di Panarea e del suo impatto sull'ecosistema circostante, aprendo nuove prospettive per le attività di ricerca e monitoraggio vulcanico utili all'aggiornamento degli scenari di pericolosità”, affermano i ricercatori Antonino Torre, Agostino Semprebello, insieme ad Alessandro Gattuso, coordinatore della ricerca e responsabile della sede operativa di Milazzo dell'INGV.
Lo studio ha preso avvio dall'analisi dei dati acquisiti nell'ambito del progetto IDMAR (Infrastruttura Multidisciplinare Distribuita sul MARe) finanziato dal PO FESR 2014-2020, riguardanti le caratteristiche del fondale marino situato a circa 1,5 km a nord-est di Panarea. I rilievi Multibeam, acquisiti dal gruppo di ricerca in aree idrotermali sottomarine dell’INGV di Palermo coordinato da Manfredi Longo, hanno consentito di individuare, mediante sistemi informativi geografici (GIS), morfologie complesse a diverse profondità. Le successive analisi di dettaglio hanno permesso di interpretare queste strutture come potenziali vie di risalita di fluidi idrotermali dal fondale, mai documentate in precedenza.
Per verificare la presenza delle strutture individuate e valutarne lo stato di attività,nel luglio del 2026 è stata condotta un'indagine diretta mediante un ROV (Remotely Operated Underwater Vehicle), un robot subacqueo filoguidato dalla superficie. Il ROV, messo a disposizione dall’Università di Padova e pilotato da Marco Munari (SZN), ha restituito immagini e filmati che hanno confermato un'intensa attività di degassamento all'interno del grande cratere, con emissioni diffuse sia lungo le pareti sia nel settore più profondo.
Nell'area dei camini sono state inoltre documentate attività idrotermali recenti e un elevato tasso di emissione di gas dal fondale marino. Le strutture individuate presentano caratteristiche morfologiche simili a quelle dei camini idrotermali dell'area denominata Smoking Land, scoperta nel 2015 poco a sud dell'isolotto di Basiluzzo. Sebbene l'indagine fosse finalizzata principalmente alla caratterizzazione delle emissioni idrotermali e non prevedesse un censimento sistematico della componente biologica, le immagini acquisite dal ROV hanno fornito anche le prime osservazioni sugli habitat presenti.
Nell'area dei camini, caratterizzata da una minore attività idrotermale, il fondale ospita una ricca comunità bentonica (organismi presenti nell’area del fondale) dominata da macroalghe verdi della famiglia Udoteaceae e da numerose colonie della gorgonia Eunicella singularis, in accordo con quanto già osservato nella vicina Smoking Land. All'interno del grande cratere, invece, dove il degassamento è molto più intenso, il fondale è prevalentemente ricoperto da estesi tappeti batterici associati alle emissioni idrotermali, mentre macroalghe e organismi sessili (cioè organismi ancorati al fondale) risultano quasi del tutto assenti.
Queste prime evidenze suggeriscono che il gradiente di attività idrotermale possa influenzare significativamente la distribuzione delle comunità biologiche e indicano l'interesse di future campagne dedicate allo studio ecologico di questi ambienti. Dal punto di vista geologico-strutturale, la nuova area si colloca lungo la direttrice tettonica orientata nord-est/sud-ovest, già nota nella letteratura scientifica, che collega l'isola di Panarea all'isolotto di Basiluzzo. Le scarpate morfologiche individuate e confermate durante l'indagine sottomarina indicano che questa struttura tettonica costituisce una via preferenziale per la circolazione idrotermale e la risalita di gas e fluidi di origine profonda.
Antonio Paonita, Direttore della Sezione di Palermo dell'INGV (INGV - PA), sottolinea: “Le evidenze ottenute sono il frutto di una lunga tradizione di ricerca che vede la Sezione di Palermo impegnata da più di vent’anni negli studi dei sistemi vulcanici ed idrotermali sottomarini, con particolare riferimento alle Isole Eolie, dove ha sviluppato scienza e tecnologie innovative per il monitoraggio e la modellazione dei processi profondi”.
Teresa Romeo, Direttrice della Stazione Zoologica Anton Dohrn Sicilia-Calabria, conclude: “La scoperta di quest'area apre nuovi scenari che potranno darci informazioni sulla biodiversità di questi complessi ecosistemi che, a fronte della loro estensione, rappresentano laboratori naturali per studiare i cambiamenti climatici e gli adattamenti degli organismi. La sinergia tra le competenze vulcanologiche e quelle biologiche ed ecologiche consente una completa interpretazione della complessità energetica del sistema che, a partire da questa scoperta, potrà essere approfondita attraverso campagne di ricerca e monitoraggio per una maggiore valutazione dei rischi, ma anche per simulazioni specifiche di condizioni estreme”.
Fig,1 Mappa d'inquadramento

Figura 2 – Emissioni dal crater

Figura 2b – Emissioni idrotermali dal fondo del cratere

Figura 2c – Emissioni: fondo e pareti del cratere

Figura 3 – Camini idrotermali ed emissioni

Figura 3a- Particolare del camino idrotermale
Un importante riconoscimento per la comunità scientifica della Stazione Zoologica Anton Dohrn: il ricercatore Marco Munari, del Dipartimento di Ecologia Marina Integrata della Stazione Zoologica Anton Dohrn (Calabria Marine Centre), è stato nominato rappresentante italiano all'interno dello Steering Committee del GOA-ON Mediterranean Hub (GOA-ON Med-Hub), il nodo regionale del Global Ocean Acidification Observing Network (GOA-ON), la rete internazionale promossa dalla IOC-UNESCO che coordina il monitoraggio, la ricerca e la condivisione delle conoscenze sull'acidificazione degli oceani a livello globale.
Il GOA-ON Med-Hub rappresenta il punto di riferimento per il Mar Mediterraneo, favorendo la collaborazione tra istituzioni di ricerca, enti di monitoraggio e stakeholder attraverso lo sviluppo di strategie condivise, lo scambio di competenze e la promozione di iniziative scientifiche congiunte.
In questo prestigioso incarico, Marco Munari contribuirà alle attività di coordinamento internazionale del Med-Hub, rappresentando la comunità scientifica italiana e promuovendo la partecipazione delle istituzioni nazionali alle iniziative della rete, con l'obiettivo di rafforzare la ricerca sugli effetti dell'acidificazione degli oceani, una delle principali conseguenze del cambiamento climatico sugli ecosistemi marini.
"Accolgo questa nomina con grande piacere e senso di responsabilità - afferma il ricercatore Munari - Sarà un'opportunità per contribuire a rafforzare la collaborazione tra i gruppi di ricerca che si occupano di ocean acidification nel Mediterraneo e per valorizzare il ruolo dei laboratori naturali presenti nel nostro mare, come i sistemi vulcanici di Ischia e delle Isole Eolie, che rappresentano risorse di straordinario valore per la ricerca internazionale sui cambiamenti globali".
Questa nomina rappresenta un importante riconoscimento per il ricercatore e per la Stazione Zoologica Anton Dohrn, confermandone il ruolo di riferimento nelle reti scientifiche internazionali dedicate allo studio del Mar Mediterraneo, dei cambiamenti globali e della tutela della biodiversità marina.


Pubblicato su Science Advances uno studio che dimostra, per la prima volta in un organismo unicellulare, un meccanismo epigenetico di regolazione genica simile all'imprinting genomico, svelando le origini evolutive della determinazione del sesso.
Un meccanismo epigenetico simile all'imprinting genomico, finora ritenuto una caratteristica esclusiva degli organismi multicellulari più complessi, è stato scoperto per la prima volta in un'alga unicellulare marina. Lo studio, realizzato dai ricercatori della Stazione Zoologica Anton Dohrn in collaborazione con l'European Molecular Biology Laboratory (EMBL) di Heidelberg (Germania), e con il supporto dell’Università di Trieste, della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati- SISSA, dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale- OGS, è stato pubblicato su Science Advances, tra le più autorevoli riviste scientifiche internazionali. Una scoperta destinata ad ampliare le conoscenze sull'evoluzione della riproduzione sessuata negli organismi viventi e che identifica per la prima volta in un organismo unicellulare un meccanismo epigenetico simile all'imprinting genomico, finora ritenuto una caratteristica esclusiva di animali e piante.
La ricerca dimostra che la metilazione del DNA – una modificazione chimica del materiale genetico che regola l'attivazione o il silenziamento dei geni senza alterarne la sequenza – è determinante nel controllo dell'identità sessuale della diatomea marina Pseudo-nitzschia multistriata. Si tratta di una microalga appartenente a un gruppo di organismi che produce circa il 20% dell'ossigeno presente nell'atmosfera terrestre, contribuendo in maniera fondamentale al funzionamento degli ecosistemi marini e ai grandi cicli biogeochimici del pianeta.
Attraverso analisi genomiche ed epigenetiche, il gruppo di ricerca ha individuato specifici profili di metilazione del DNA associati alla determinazione del sesso. Il comportamento osservato ricorda quello dell'imprinting genomico, un sofisticato meccanismo di regolazione epigenetica nel quale viene espressa soltanto una delle due copie di un gene, mentre l'altra rimane silenziata.
Fino a oggi questo tipo di regolazione era stato osservato esclusivamente negli organismi multicellulari più complessi, dove svolge un ruolo cruciale nello sviluppo embrionale, nella crescita e nella riproduzione. La scoperta rappresenta quindi la prima evidenza di un meccanismo assimilabile all'imprinting genomico in un eucariote unicellulare, suggerendo che le basi epigenetiche della determinazione del sesso possano essersi evolute molto prima della comparsa degli organismi multicellulari.
Il lavoro apre così una nuova prospettiva sulla storia evolutiva dei sistemi che regolano la riproduzione sessuata, indicando che meccanismi molecolari considerati "moderni" potrebbero avere un'origine molto più antica di quanto ipotizzato finora.
«I nostri risultati rivelano un livello di regolazione completamente nuovo nel controllo dell'identità sessuale nelle diatomee», afferma Mariella Ferrante, che ha coordinato lo studio. «Aver individuato un meccanismo simile all'imprinting genomico in un organismo unicellulare modifica il quadro delle nostre conoscenze sull'evoluzione della regolazione epigenetica e conferma che questi processi hanno origini antiche.»
Oltre al valore evolutivo della scoperta, la ricerca ha importanti ricadute anche sul piano ecologico. Le diatomee rappresentano infatti uno dei gruppi più abbondanti di microalghe marine e costituiscono la base di numerose reti trofiche oceaniche. La loro attività fotosintetica contribuisce in modo determinante alla produzione di ossigeno e all'assorbimento di anidride carbonica dall'atmosfera, influenzando gli equilibri climatici globali.
«Le diatomee sono organismi fondamentali per il funzionamento degli ecosistemi marini e per la salute del pianeta», spiega Antonella Ruggiero, prima autrice della pubblicazione. «Comprendere i meccanismi che regolano la loro riproduzione significa capire meglio come si formano, si mantengono e si evolvono le popolazioni naturali negli oceani. Queste conoscenze sono particolarmente importanti in un contesto di cambiamenti climatici, che stanno modificando profondamente gli ecosistemi marini.»

A Giugno 2026 la Dott.ssa Priscilla Licandro della Stazione Zoologica Anton Dohrn è entrata a far parte del comitato Biology and Ecosystem (BioEco) del Sistema Globale di Osservazione degli Oceani (GOOS). Il monitoraggio continuo delle Variabili Oceaniche Essenziali (EOV) per la biologia e gli ecosistemi è fondamentale per garantire una governance efficace degli oceani ed uno sviluppo sostenibile. In qualità di nuova co-responsabile dell’ EOV-zooplancton, la Dott.ssa Licandro aiuterà GOOS a connettere diverse comunità di osservatori marini, al fine di costruire un sistema di osservazione integrato, reattivo e sostenibile.
In June 2026 Dr Priscilla Licandro from the Stazione Zoologica Anton Dohrn has joined the Biology and Ecosystem (BioEco) Panel of the Global Ocean Observing System (GOOS). Sustained monitoring of Essential Ocean Variables (EOV) for biology and ecosystems is fundamental to ensure an effective ocean governance and a sustainable development. As new zooplankton EOV co-leader, Dr Licandro will help GOOS to connect different ocean observing communities in order to establish an integrated, responsive and sustained observing system.
SCOPERTO IL MECCANISMO EVOLUTIVO CHE PERMETTE ALLA POSIDONIA DI SFRUTTARE LA LUCE DEI FONDALI MARINI
Pubblicato su Nature Communications uno studio dell’Università di Verona e della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, con il CNR e il Politecnico di Milano. Identificato un nuovo adattamento evolutivo che rende più efficiente la fotosintesi delle piante marine. La scoperta apre nuove prospettive per migliorare la produttività delle colture agrarie.
Come riesce Posidonia oceanica a crescere rigogliosa fino a 50 metri di profondità, dove la luce è estremamente scarsa e composta quasi esclusivamente da radiazioni blu? La risposta arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications, a cura della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e dell'Università di Verona, con il contributo del CNR e del Politecnico di Milano, che ha identificato uno specifico adattamento evolutivo grazie al quale questa pianta marina ha ottimizzato il proprio apparato fotosintetico per sfruttare al massimo la limitata luce disponibile sui fondali.
La ricerca, intitolata Structural and Spectral Adaptation of the Seagrass Posidonia oceanica Photosystem I to Seabed Light, dimostra che P. oceanica ha modificato nel corso dell'evoluzione la struttura del proprio fotosistema I, sviluppando un sistema di cattura della luce più esteso rispetto a quello delle piante terrestri e, allo stesso tempo, accelerando il trasferimento dell'energia luminosa verso il centro di reazione della fotosintesi. Una strategia che le consente di mantenere un'elevata efficienza fotosintetica anche in ambienti marini con ridotta disponibilità di luce.
Tra 70 e 100 milioni di anni fa, un gruppo di piante terrestri, tra cui Posidonia oceanica, ha colonizzato l'ambiente marino. Dopo essersi evolute dalle alghe marine ed aver conquistato la terraferma, le piante superiori sono tornate a vivere sul fondo del mare, dando origine a vaste praterie sommerse, alcune più che millenarie, che oggi rappresentano uno degli ecosistemi più importanti del pianeta per biodiversità, produttività biologica e capacità di sequestro del carbonio.
L'ambiente in cui vive P. oceanica è però estremamente difficile per una pianta terrestre. Con l'aumentare della profondità, l'acqua assorbe quasi completamente i fotoni rossi e infrarossi, lasciando filtrare prevalentemente luce blu, meno efficiente nel sostenere l’attività fotosintetica. Nonostante queste condizioni, la pianta mantiene una produttività sorprendentemente elevata, un fenomeno la cui base evolutiva era rimasta finora poco conosciuta.
Per ricostruire questo meccanismo, il progetto ha riunito competenze di ecologia marina, fisiologia vegetale, biologia molecolare e strutturale e fisica quantistica. Il campionamento delle piante a diverse profondità nei dintorni dell'isola di Ischia, nel Golfo di Napoli, e gli studi ecologici ed evolutivi sono stati condotti presso la Stazione Zoologica Anton Dohrn (Gabriele Procaccini e Irene Olivé). Grazie alla crio-microscopia elettronica dell'EYE LAB del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Gennaro Sanità ed Emanuela Esposito) – ISTITUTO ISASI - e alle analisi strutturali dell'Università di Verona (Antonello Amelii, Zeno Guardini, Stefano Capaldi, Luca Dall'Osto e Roberto Bassi), i ricercatori sono riusciti per la prima volta a ricostruire la struttura tridimensionale del fotosistema I di Posidonia oceanica con risoluzione atomica.
Le analisi hanno rivelato che P. oceanica possiede un sistema antenna, costituito da complessi pigmento-proteina incaricati di catturare la radiazione luminosa, molto più esteso e complesso rispetto a quello delle piante terrestri. Questa caratteristica aumenta la capacità di intercettare i pochi fotoni disponibili sui fondali marini.
Un'antenna più estesa comporta però anche un limite: l'energia luminosa deve percorrere una distanza maggiore per raggiungere il centro di reazione del fotosistema, il motore della fotosintesi, con un conseguente aumento del rischio di dispersione e una possibile riduzione dell'efficienza del processo.
Per comprendere come P. oceanica riesca a superare questo limite, i ricercatori del Politecnico di Milano (Mattia Russo, Margherita Maiuri e Giulio Cerullo) hanno utilizzato una tecnica avanzata, la Spettroscopia Bidimensionale Elettronica (2DES), che consente di seguire il trasferimento dell'energia all'interno del fotosistema su una scala temporale dell'ordine dei femtosecondi, pari a un milionesimo di miliardesimo di secondo.
Il risultato più significativo dello studio è l'identificazione di un raffinato adattamento molecolare. Nel corso dell'evoluzione Posidonia ha rinunciato ad alcune conformazioni della clorofilla, che producono un fenomeno ottico noto come "forme spettrali rosse", che nelle piante terrestri favorisce la vita negli ambienti di sottobosco. Al loro posto ha selezionato configurazioni molecolari che accelerano il trasferimento dell'energia verso il centro di reazione della fotosintesi. In questo modo compensa le maggiori dimensioni del sistema antenna e riesce a sfruttare con elevata efficienza la limitata luce disponibile sui fondali marini.
Le ricadute della ricerca vanno ben oltre lo studio degli ecosistemi marini. Comprendere i meccanismi che permettono a P. oceanica di utilizzare la luce con un'efficienza così elevata apre infatti nuove prospettive per la biologia sintetica delle piante coltivate, una tecnologia recentemente approvata dal Parlamento europeo. Colture progettate per imitare il funzionamento fotosintetico di Posidonia potrebbero sfruttare meglio la luce disponibile, aumentando le rese agricole senza incrementare il consumo di suolo. Una prospettiva di particolare interesse in un contesto caratterizzato dalla crescente domanda alimentare e dagli effetti dei cambiamenti climatici.
Lo studio è stato sostenuto da finanziamenti europei, tra cui il progetto Advanced Grant "GrinSun", dell' European Research Council (ERC), di cui sono titolari Roberto Bassi e Luca Dall'Osto e quello da EMBRC-IT "Photo-SEA", assegnato ad Antonello Amelii e dedicato allo studio degli adattamenti fotosintetici delle piante marine.
Scarica: https://www.doi.org/10.1038/s41467-026-75200-8



Con dolore apprendiamo della scomparsa del Prof. Teodoro Valente Presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana.
In questo momento triste desideriamo esprimere, a nome di tutta la comunità della Stazione Zoologica Anton Dohrn, le più sentite condoglianze ai familiari, ai colleghi e a quanti hanno avuto il privilegio di condividere con lui il percorso umano e professionale.
La sua competenza, la sua dedizione al servizio delle istituzioni e il suo impegno per lo sviluppo della ricerca e dell'innovazione nel settore spaziale hanno lasciato un segno importante nel panorama scientifico nazionale e internazionale.
Ci uniamo al cordoglio della comunità scientifica italiana, esprimendo la nostra vicinanza a tutti coloro che oggi ne piangono la perdita.

La Stazione Zoologica Anton Dohrn protagonista del progetto SharkAGE: studi su cervello, cuore e genoma del vertebrato più longevo al mondo per comprendere i meccanismi biologici dell’invecchiamento e le possibili ricadute sulla salute umana
Si è conclusa con successo la missione scientifica internazionale svolta dal 7 al 16 giugno 2026 nello Skagerrak, lo stretto del Mare del Nord che bagna le coste di Danimarca, Norvegia e Svezia, dedicata allo studio dello squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus), considerato il vertebrato più longevo oggi conosciuto, con una aspettativa di vita che può superare i 400 anni.
La campagna di ricerca ha coinvolto 23 scienziati provenienti da Danimarca, Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Francia e Germania, a bordo della nave oceanografica Dana IV, la più grande unità di ricerca messa a disposizione dal Governo danese e gestita dalla Denmark Technical University (DTU).
L’attività rientra nel progetto internazionale “Old and Cold”, finanziato dal Governo danese e avviato dal professor John Fleng Steffensen, pioniere degli studi sulla biologia e l’ecologia dello squalo della Groenlandia. Oggi il progetto è coordinato da Kirstine Fleng Steffensen, che ha guidato l’organizzazione della missione.
L’obiettivo principale della spedizione è approfondire la conoscenza della biologia, dell’ecologia e del comportamento di questa straordinaria specie, con particolare attenzione agli effetti del cambiamento climatico sulla fisiologia cardiaca e sul metabolismo. Parallelamente, sono stati raccolti campioni biologici destinati a studi genetici, citogenetici e neurobiologici, finalizzati alla caratterizzazione del genoma, alla determinazione del numero di cromosomi, all’analisi dei telomeri e allo sviluppo di linee cellulari sperimentali.
All’interno di questa iniziativa si inserisce il progetto italiano PRIN2022 “SharkAGE”, coordinato dal professor Alessandro Cellerino della Scuola Normale Superiore, in collaborazione con Eva Terzibasi Tozzini (SZN, BEOM), Paolo Domenici (Dirigente di Ricerca dell’IBF-CNR di Pisa e associato BEOM) e Sara Ferrando (UniGE). Per la Stazione Zoologica Anton Dohrn hanno preso parte alla campagna Emanuele Astoricchio, ricercatore post-doc del progetto SharkAGE e il ricercatore associato Paolo Domenici. Il programma di ricerca mira a identificare i meccanismi molecolari che consentono allo squalo della Groenlandia di raggiungere una longevità eccezionale e di mantenere funzionali organi vitali come cervello e cuore per secoli.
In particolare, il gruppo della Stazione Zoologica Anton Dohrn sta studiando i processi di neurogenesi adulta, ovvero la capacità del cervello di generare nuovi neuroni nel corso della vita, e i fenomeni neuroinfiammatori associati all’età, attraverso l’analisi di specifici marcatori cellulari. L’obiettivo è comprendere come il sistema nervoso di questi animali riesca a preservare la propria funzionalità nonostante l’avanzare dell’età.
I dati raccolti saranno inoltre confrontati con quelli del lemargo mediterraneo (Somniosus rostratus), specie affine ma caratterizzata da una vita molto più breve, inferiore ai 60 anni. Questo approccio comparativo consentirà di identificare i fattori genetici e biologici che potrebbero aver favorito l’evoluzione della straordinaria longevità dello squalo della Groenlandia.
La ricerca si inserisce in un quadro scientifico già particolarmente avanzato. Negli ultimi anni, infatti, il consorzio internazionale ha contribuito alla pubblicazione del primo genoma della specie e a studi innovativi sulla fisiologia cardiaca, aprendo nuove prospettive per la comprensione dei processi di invecchiamento.
I risultati attesi rappresentano un importante passo avanti nel campo della biologia dell’invecchiamento. Le prime evidenze suggeriscono infatti che lo squalo della Groenlandia possieda eccezionali meccanismi di resilienza biologica, capaci di preservare l’efficienza di organi fondamentali come cervello e cuore nonostante l’accumulo di danni cellulari tipicamente associati all’età.
L’integrazione delle analisi neurobiologiche con studi genomici, trascrittomici e proteomici consentirà di individuare i principali pathway molecolari coinvolti nei processi di longevità e mantenimento funzionale dei tessuti. Comprendere tali meccanismi potrebbe fornire nuove conoscenze utili non solo per la conservazione delle specie marine, ma anche per la ricerca biomedica, contribuendo allo sviluppo di strategie innovative per promuovere un invecchiamento sano nell’uomo.




Al via il progetto di citizen science coordinato dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn, in collaborazione con CNR-INM e Triton ETS, che coinvolge la pesca sportiva nella raccolta di dati scientifici per migliorare la conoscenza e la conservazione degli elasmobranchi mediterranei
Prende il via BLUE (Big-game Learning and Understanding of Elasmobranchs), un progetto di scienza partecipata dedicato a comprendere meglio squali e razze del Mediterraneo. Un nome che richiama il mare e la volontà di costruire un ponte tra il mondo della ricerca e quello della pesca sportiva, trasformando le osservazioni raccolte in mare in informazioni utili alla scienza e alla conservazione.
L'iniziativa è coordinata dalla Genoa Marine Centre - Stazione Zoologica Anton Dohrn, in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche - Istituto di Ingegneria del Mare e Triton ETS.
Gli elasmobranchi - squali e razze - svolgono un ruolo fondamentale negli ecosistemi marini, ma oltre la metà delle specie presenti nel Mediterraneo è oggi considerata minacciata secondo la Lista Rossa IUCN. Nonostante la loro importanza ecologica, molte informazioni sulla distribuzione, l'abbondanza e l'ecologia di queste specie rimangono ancora incomplete.
"Per molte specie pelagiche (come la verdesca, lo squalo mako, il volpe o il trigone viola) esistono ancora importanti lacune conoscitive", spiega Massimiliano Bottaro, ricercatore della Stazione Zoologica Anton Dohrn e coordinatore del progetto. "I pescatori d'altura frequentano aree e periodi che spesso sfuggono ai monitoraggi scientifici tradizionali. BLUE nasce proprio per trasformare queste osservazioni in dati utili alla ricerca e alla corretta gestione."
I partecipanti potranno segnalare le proprie catture registrando specie, taglia, sesso, coordinate geografiche, profondità e condizioni dell'animale al momento del rilascio. Le informazioni saranno validate dai ricercatori e confluiranno in una banca dati, che costituirà il primo nucleo di un registro dedicato agli elasmobranchi osservati nell'ambito della pesca sportiva.
"Chi frequenta il mare con continuità sviluppa una conoscenza diretta dell'ambiente e delle specie che lo abitano", osserva Davide Di Blasi del Consiglio Nazionale delle Ricerche - INM. "Il valore di BLUE sta nella capacità di integrare queste osservazioni con il metodo scientifico”.
Le segnalazioni potranno essere inviate tramite WhatsApp (331 7004417) e Instagram (@elasmoblue), nel pieno rispetto della normativa sulla privacy. Parallelamente, il progetto promuoverà buone pratiche di rilascio e una maggiore consapevolezza sul ruolo ecologico di squali e razze, contribuendo a rafforzare il dialogo tra il mondo della ricerca e i cittaadini.
"Vogliamo costruire una comunità di persone che non si limiti a osservare il mare, ma contribuisca concretamente a conoscerlo e proteggerlo", sottolinea Elisa La Mendola di Triton ETS. "La partecipazione attiva dei cittadini può diventare uno strumento importante per la ricerca, la conservazione e la diffusione di una maggiore cultura del mare."
BLUE nasce con l'obiettivo di costruire una rete di osservatori distribuita lungo i principali settori della pesca sportiva d'altura italiana, dal Mar Ligure allo Stretto di Sicilia. Attraverso il contributo diretto dei pescatori sportivi, il progetto raccoglierà dati utili a migliorare la conoscenza degli elasmobranchi mediterranei e a supportarne la conservazione.
Il primo test flight di BLUE è previsto per il 21 giugno. Questa fase sperimentale permetterà di verificare sul campo protocolli, strumenti e modalità di coinvolgimento della rete di osservatori volontari che contribuirà alla raccolta dei dati nel corso del progetto. L'attività sarà realizzata nell'ambito della 7ª edizione del "Big Game Tuna - Città di Agrigento", organizzata dall'A.S.D. Nautic di San Leone (AG).
"Molti pescatori praticano già il rilascio volontario di squali e altre specie di interesse conservazionistico", conclude Marco Imparato, Presidente di FIPSAS Liguria. "Sosteniamo il progetto perché favorisce la collaborazione tra pescatori e ricercatori e contribuisce ad accrescere la conoscenza e la tutela della biodiversità marina."
Per partecipare attivamente al progetto e contribuire alla raccolta dei dati, i pescatori potranno inviare segnalazioni e osservazioni direttamente al team di BLUE tramite WhatsApp al numero o attraverso il profilo Instagram @elasmoblue. L'utilizzo di questi strumenti di messaggistica e social media come canali di raccolta rappresenta un approccio innovativo che consente di rendere semplice, immediata e capillare la partecipazione dei cittadini alla ricerca scientifica. Gli stessi canali saranno inoltre utilizzati per fornire informazioni, chiarimenti sui protocolli di raccolta dati e aggiornamenti sulle attività del progetto.


Paolo Guidetti della Stazione Zoologica Anton Dohrn Paolo guida uno studio internazionale pubblicato su Research Integrity and Peer Review che invita a ripensare profondamente il modello della comunicazione scientifica
La conoscenza scientifica rappresenta uno dei pilastri fondamentali delle società moderne e delle decisioni che incidono sul futuro del pianeta. Tuttavia, il sistema che ne garantisce la diffusione e la validazione mostra oggi criticità sempre più evidenti. È quanto emerge da un articolo pubblicato sulla rivista Research Integrity and Peer Review da un gruppo internazionale di ecologi e sociologi della conservazione marina guidati da Paolo Guidetti, Dirigente di Ricerca della Stazione Zoologica Anton Dohrn e Coordinatore della Sede di Genova.
Lo studio analizza le profonde trasformazioni che hanno interessato il settore dell’editoria scientifica negli ultimi anni, evidenziando come l’attuale modello stia progressivamente allontanandosi dalla sua funzione primaria: garantire la diffusione di conoscenze rigorose, affidabili e utili alla società.
Gran parte della ricerca scientifica è finanziata con risorse pubbliche e realizzata da ricercatori che operano in università ed enti pubblici di ricerca. Allo stesso tempo, una quota significativa delle attività essenziali al processo editoriale – dalla revisione degli articoli alla partecipazione ai comitati editoriali – viene svolta gratuitamente dagli stessi ricercatori. Nonostante ciò, i costi richiesti per pubblicare e accedere ai risultati della ricerca sono aumentati in modo considerevole, generando profitti sempre più elevati (vampirizzando i fondi pubblici della ricerca) per i grandi gruppi editoriali commerciali.
Negli ultimi dieci anni il numero delle riviste scientifiche è cresciuto in maniera esponenziale. Una dinamica che ha reso sempre più complesso reperire revisori qualificati e ha contribuito a indebolire il sistema della peer review, il controllo tra pari, che costituisce uno dei fondamenti del metodo scientifico. Secondo gli autori, ciò ha favorito una riduzione della qualità delle valutazioni, un aumento del rischio di errori e casi di frode scientifica, nonché una proliferazione di pubblicazioni con scarso valore innovativo e limitato impatto sulla produzione di nuova conoscenza.
A questo scenario si aggiunge il fenomeno delle cosiddette riviste “predatorie”, che offrono percorsi di pubblicazione rapidi, ma privi di adeguate verifiche scientifiche e caratterizzati da modelli poco trasparenti. Un sistema ulteriormente alimentato dalla crescente pressione esercitata sui ricercatori affinché pubblichino un numero sempre maggiore di articoli, spesso a discapito della qualità e dell’originalità dei risultati.
«La scienza è un bene pubblico e la sua credibilità dipende dalla solidità dei processi che ne garantiscono la produzione e la diffusione», afferma Paolo Guidetti. «Oggi assistiamo a una progressiva distorsione del sistema editoriale, nella quale logiche commerciali e indicatori quantitativi rischiano di prevalere sulla qualità della ricerca. È necessario riportare al centro il valore della conoscenza, promuovendo modelli editoriali più trasparenti, sostenibili e realmente orientati all’interesse collettivo».
Gli autori propongono una serie di interventi per invertire questa tendenza: favorire la pubblicazione su riviste gestite da università, enti pubblici di ricerca e società scientifiche; contrastare pratiche editoriali poco etiche; rivedere i criteri di valutazione della ricerca privilegiando la qualità rispetto alla mera produttività numerica; istituire un organismo pubblico indipendente, possibilmente a livello europeo, incaricato di accreditare le riviste sulla base di rigorosi criteri scientifici ed etici.
«In ambiti come la conservazione della biodiversità e la tutela dell’ambiente, decisioni fondate su evidenze scientifiche deboli o poco affidabili possono produrre conseguenze rilevanti per gli ecosistemi e per la società», conclude Guidetti. «Rafforzare l’integrità e l’affidabilità della letteratura scientifica significa tutelare la capacità delle istituzioni di prendere decisioni informate e costruire politiche efficaci per affrontare le grandi sfide del nostro tempo».
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Il Presidente Roberto Bassi: “Un risultato che premia il lavoro di tutta la comunità della SZN e ci incoraggia a proseguire con determinazione nel percorso di crescita e innovazione”
La Stazione Zoologica Anton Dohrn consolida il proprio ruolo tra gli enti di ricerca di riferimento a livello nazionale, ottenendo risultati di particolare rilievo nella Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) 2020-2024 condotta dall'ANVUR.
La valutazione evidenzia il conseguimento della prima posizione tra gli Enti di ricerca per produzione scientifica e della seconda posizione per la gestione di infrastrutture di ricerca, oltre a risultati di particolare rilievo nella valorizzazione delle conoscenze e nella capacità di attrarre finanziamenti competitivi internazionali.
Particolarmente significativo è il risultato conseguito nell'Area 5 – Scienze Biologiche, settore nel quale si concentra la quasi totalità della produzione scientifica dell'Ente. Gli indicatori di qualità della ricerca confermano il posizionamento di vertice dell'Ente sia per il personale strutturato sia per i ricercatori reclutati o promossi nel periodo di riferimento, consolidando la capacità di valorizzare nuove competenze.
Tra i dati più rilevanti emerge inoltre il conferimento del 100% dei prodotti della ricerca richiesti, senza alcuna mancanza, a testimonianza dell'efficacia dei processi organizzativi e dell'attenzione ai criteri di qualità adottati dall'Ente.
Positivi anche i risultati relativi alla valorizzazione delle conoscenze e alla Terza Missione, con due terzi dei casi studio presentati che hanno ottenuto valutazioni di eccellenza, confermando la capacità della ricerca della SZN di generare impatti concreti sul territorio e sulla società.
Sul fronte della competitività internazionale, la Stazione Zoologica ha gestito nel periodo valutato 29 progetti competitivi internazionali per un valore complessivo di circa 9,93 milioni di euro, confermando il proprio inserimento nelle principali reti scientifiche europee e internazionali.
Di particolare rilievo anche il risultato del Dipartimento di Ecologia Marina Integrata, che si colloca al primo posto nella propria categoria per qualità complessiva della ricerca, rappresentando una delle punte di eccellenza dell'Ente.
«I risultati della VQR 2020-2024 rappresentano un importante riconoscimento del valore scientifico della Stazione Zoologica Anton Dohrn e dell'impegno quotidiano di ricercatrici, ricercatori, tecnologi, tecnici e personale amministrativo», dichiara il Presidente Roberto Bassi. «A tutta la comunità dell'Ente rivolgo il mio più sincero ringraziamento per il lavoro svolto. Questo risultato conferma la validità del percorso intrapreso e ci invita a proseguire con determinazione, investendo nella qualità della ricerca, nell'innovazione e nella capacità di generare conoscenza e valore per la società.»
La valutazione ANVUR conferma così il ruolo della Stazione Zoologica Anton Dohrn come centro di eccellenza della ricerca biologica e marina, capace di coniugare qualità scientifica, impatto e competitività internazionale.










